Memoria, testimonianza e responsabilità – Giorno della Memoria 2026

Il Giorno della Memoria è tornato ad essere, all’IC di Sant’Elia Fiumerapido e Vallerotonda, non una semplice ricorrenza, ma un’esperienza viva per i giovani.

Nazario Malandrino

Dirigente Scolastico

0

Memoria, testimonianza e responsabilità

Due incontri per non dimenticare

Il Giorno della Memoria è tornato ad essere, all’Istituto Comprensivo di Sant’Elia Fiumerapido e Vallerotonda, non una semplice ricorrenza, ma un’esperienza viva, condivisa, capace di mettere in dialogo la storia del Novecento con le coscienze delle nuove generazioni.

Il 30 gennaio 2026 si sono svolti due incontri in contemporanea, dedicati alla memoria storica e alla riflessione sui drammi del secolo scorso, coinvolgendo studenti di età diverse in due luoghi simbolici della comunità scolastica.

Presso il plesso “A. Santilli”, Lello Dell’Ariccia, 88 anni, presidente del Progetto Memoria, ha incontrato gli studenti della scuola secondaria di primo grado di Sant’Elia Fiumerapido e Vallerotonda. Contemporaneamente, nel plesso “F. Arpino”, Claudio Fano, 91 anni, presidente dell’ANFIM – Associazione Nazionale Famiglie Italiane dei Martiri, ha dialogato con i bambini delle classi quinte della scuola primaria dei plessi di Olivella, Vallerotonda e Sant’Elia.

Due uomini molto anziani, due testimoni che hanno scelto di affrontare la fatica del viaggio da Roma fino a Sant’Elia Fiumerapido, sfidando gli acciacchi dell’età, per onorare la Memoria e consegnarla ai più giovani. Due momenti distinti, ma uniti da un unico e potente obiettivo: trasmettere alle nuove generazioni il valore della memoria, affinché ciò che è accaduto non accada mai più.

La voce di chi c’era: la testimonianza di Lello Dell’Ariccia

Lello Dell’Ariccia aveva cinque anni e mezzo all’epoca dei fatti che racconta. Ancora oggi, a distanza di oltre ottant’anni, si interroga sul perché e sul come sia stato possibile che tutto ciò accadesse. Il suo impegno nasce dal desiderio profondo di “passare il testimone” ai giovani, affinché nessuno debba più conoscere sopraffazioni, stragi, persecuzioni e assassinii inutili e crudeli.

Dopo un rapido excursus sulle grandi stragi del Novecento e dei nostri giorni – dall’Argentina al Ruanda, dall’Ucraina a Gaza, fino alle morti nel Mar Mediterraneo spesso avvolte dall’indifferenza – Dell’Ariccia ha sottolineato come uno dei mali più gravi dell’umanità contemporanea sia il razzismo.

Ha ricordato le parole di Albert Einstein, che nel 1935, compilando il modulo di immigrazione negli Stati Uniti, alla voce “razza” scrisse semplicemente: razza umana. Perché, come ha ribadito ai ragazzi, esiste un’unica razza: quella umana.

Gli ebrei nella storia: dall’emarginazione all’illusione dell’integrazione

Dell’Ariccia ha illustrato la storia del popolo ebraico partendo dalle origini bibliche fino all’età moderna, soffermandosi su momenti cruciali del Medioevo e del Rinascimento. Ha ricordato la Bolla di papa Paolo IV, che impose agli ebrei dello Stato Pontificio di vivere separati nei ghetti, come quelli di Roma e Ancona. L’ultimo ghetto, quello di Roma, fu abolito solo nel 1870.

Da quel momento gli ebrei divennero cittadini come gli altri: parteciparono alla Prima guerra mondiale, diedero ai figli i nomi dei re d’Italia in segno di riconoscenza, poterono svolgere ogni professione. Sapevano leggere e scrivere in un Paese in gran parte analfabeta e furono inizialmente accolti con favore dalla società.

Tutto cambiò con l’avvento del Fascismo e del Nazismo. Nel 1938, anche l’Italia promulgò le leggi razziali: il Manifesto della razza sancì l’esclusione degli ebrei dalla scuola, dalle professioni e dalla vita civile. Dal sistema scolastico furono espulsi 96 professori universitari, tra cui cinque premi Nobel, come Rita Levi Montalcini. Su tutti i documenti comparve il timbro rosso: “di razza ebraica”. Chi poté fuggì e si salvò, come Enrico Fermi.

Una storia nella Storia: la famiglia Dell’Ariccia

Dalla Storia con la S maiuscola, Dell’Ariccia è passato al racconto della sua storia familiare, che ha profondamente colpito gli studenti.

Nel palazzo in cui vivevano a Roma abitava la famiglia Marozzini, cattolica. Una sera bussarono alla loro porta offrendo amicizia e aiuto: da quel momento gli interni 16 e 18 rimasero sempre aperti. Nacque una sola grande famiglia, unita dalla solidarietà. Sul tavolo da ping pong si condividevano pane azzimo e pane lievitato, simbolo di convivenza e umanità.

Grazie a quell’aiuto, la famiglia Dell’Ariccia riuscì a procurarsi documenti falsi e a sfuggire al rastrellamento del 16 ottobre 1943. La nonna Eleonora, di 75 anni, non volle però abbandonare la propria casa. Con lei rimasero lo zio Amedeo e la piccola Ada Tagliacozzo, di appena otto anni e mezzo. All’alba del 16 ottobre i tedeschi bussarono alle porte degli ebrei di Roma, concedendo solo venti minuti per preparare una valigia. Eleonora, Amedeo e Ada furono arrestati e deportati ad Auschwitz, da cui non fecero mai ritorno.

Dei 1254 ebrei catturati, solo 149 uomini e 47 donne furono immatricolati nei campi; 839 persone, tra cui bambini e anziani, furono uccise immediatamente nelle camere a gas. Tra loro anche Carolina Milani, una donna non ebrea che scelse di non abbandonare l’anziana signora che assisteva. Il 10 marzo sarà riconosciuta Giusta tra le Nazioni.

A Roma oggi una scuola porta il nome di Ada Tagliacozzo: sono stati proprio i bambini a scegliere di intitolarla a lei. Perché, come ha ricordato Dell’Ariccia, i bambini sono la speranza.

Il coraggio di chi ha salvato vite

La famiglia Dell’Ariccia riuscì a salvarsi grazie all’aiuto di amici e religiose. Dopo fughe, notti di paura e rifugi improvvisati, trovarono accoglienza presso le suore Francescane della Misericordia di Nostra Signora di Lussemburgo. Un’immagine della Madonna appesa alla porta salvò la loro vita durante una perquisizione tedesca.
Che Dio benedica quelle suore”, ha detto con emozione.

Le domande dei ragazzi e il valore della memoria

Nella parte finale dell’incontro, gli studenti hanno posto domande profonde e sentite. Dell’Ariccia ha spiegato perché sente il dovere di testimoniare: dimenticare è un peccato. Occorre comprendere i fatti, ragionare sulla storia, partire dal contesto generale per arrivare alla vicenda personale, che parla più direttamente al cuore dei giovani.

La sua sfida più grande, ha confessato, è dire tanto con poche parole, riuscendo a contenere l’emozione. Emozione che, tuttavia, ha attraversato tutto l’incontro, rendendolo autentico, intenso, profondamente umano.

I documenti, le istituzioni, la responsabilità

Parallelamente, nel plesso “F. Arpino”, Claudio Fano, 91 anni, ha accompagnato i più piccoli nella comprensione della storia attraverso documenti originali. Tra questi, un’ordinanza del 6 ottobre 1943, firmata dal maresciallo d’Italia Rodolfo Graziani, allora Ministro della Difesa Nazionale della Repubblica Sociale Italiana, che disponeva il disarmo dei Carabinieri a Roma, prevedendo arresti, internamenti e ritorsioni contro le famiglie dei militari che non avessero obbedito.

Un documento che ha reso evidente come, in quegli anni, la legalità fosse stata piegata alla violenza e come anche lo Stato potesse trasformarsi in strumento di sopraffazione.

In questo contesto si colloca la dichiarazione del Dirigente scolastico Nazario Malandrino, che ha voluto richiamare il significato educativo profondo della giornata:

«Il Giorno della Memoria non è soltanto una ricorrenza, ma una responsabilità educativa. È il momento in cui la storia entra nella scuola non come pagina da studiare, ma come coscienza da formare.

La giornata di oggi ha rappresentato per il nostro Istituto un’occasione di altissimo valore civile e pedagogico. La presenza a scuola di Lello Dell’Ariccia, presidente del Progetto Memoria, e di Claudio Fano, esponente dell’ANFIM – Associazione Nazionale Famiglie Italiane dei Martiri, ha offerto ai nostri studenti un incontro diretto con testimoni e custodi della Memoria, capaci di trasformare i fatti storici in esperienza viva, comprensibile, profondamente umana.

Attraverso i loro racconti, gli alunni hanno potuto comprendere che la Shoah e le persecuzioni non furono eventi astratti, ma il risultato di scelte, silenzi, obbedienze e, talvolta, di coraggi individuali. In particolare, il documento mostrato da Claudio Fano – un’ordinanza del 6 ottobre 1943, firmata dal maresciallo d’Italia Rodolfo Graziani, allora Ministro della Difesa Nazionale della Repubblica Sociale Italiana – ha reso tangibile la brutalità di quel periodo: un ordine che disponeva il disarmo dei Carabinieri a Roma, minacciando arresti, internamenti e persino ritorsioni contro le famiglie di chi si fosse rifiutato di consegnare le armi. Un atto che segnò la rottura definitiva tra legalità e violenza, e che mostra come anche lo Stato possa trasformarsi in strumento di sopraffazione.

Da questo documento storico è partito un racconto più ampio sull’Italia di quegli anni, che ho voluto richiamare anche attraverso un episodio familiare: il rifiuto di mio nonno carabiniere, mio omonimo, di prestare il saluto militare ai miliziani fascisti, gesto che gli costò la punizione della cella di rigore. Piccoli atti di disobbedienza morale che, allora come oggi, ci interrogano sul significato della responsabilità individuale.

Il documento mostrato oggi ci ricorda anche un altro aspetto fondamentale: il valore delle istituzioni quando restano fedeli alla legge e alla tutela delle persone, e il pericolo che nasce quando la forza viene sottratta allo Stato di diritto e affidata a milizie ideologiche, svincolate da ogni responsabilità democratica.

I Carabinieri, come tutte le forze dell’ordine di uno Stato costituzionale, rappresentano un presidio di legalità e di garanzia per i cittadini. Quando, nella storia, essi vengono umiliati, disarmati o sostituiti da corpi armati irregolari, il confine tra ordine e violenza si dissolve rapidamente. È una lezione che non appartiene solo al passato: ciascuno, con prudenza e senso critico, può coglierne le risonanze anche osservando ciò che accade in questi giorni in diverse parti del mondo, comprese realtà come Minneapolis, dove il rapporto tra forza, potere e responsabilità pubblica torna a interrogare le coscienze.

La scuola non fornisce risposte precostituite né giudizi politici, ma educa a riconoscere i segnali, a interrogarsi sul valore delle istituzioni democratiche e sulla necessità che la forza sia sempre sottoposta alla legge, al controllo e al rispetto della dignità umana. È anche questo il senso più profondo della Memoria.»

Una comunità che ricorda

Alla giornata hanno partecipato anche la Presidente del Consiglio di Istituto, avv. Claudia Sofia, il consigliere Diego Violo per l’Amministrazione comunale, Bruno Vacca, già sindaco di Sant’Elia Fiumerapido e presidente dell’associazione Terra di Lavoro, con cui l’Istituto collabora su progetti di educazione al valore del denaro e che ha sostenuto la scuola con una donazione, Carmine Sove per l’Associazione Nazionale Carabinieri di Vallerotonda e della Val di Comino – con cui gli studenti partecipano a un concorso nazionale – e il maresciallo Claudio Camasso, luogotenente della Stazione dei Carabinieri di Sant’Elia Fiumerapido.

Al termine della giornata, Lello Dell’Ariccia e Claudio Fano sono stati omaggiati con un libro sulla storia di Sant’Elia, una borraccia e, da parte di Bruno Vacca, con un volume su Montecassino “Io, Abbatia” da lui scritto.

Due incontri, due testimoni, una sola lezione: la memoria non è solo ricordo del passato, ma responsabilità verso il futuro. Una responsabilità che la scuola custodisce, trasmette e rende viva ogni giorno.