BIMED: perché è futuro, se lo scriviamo insieme
Quando ripenso a BIMED, il mio primo pensiero non va al dirigente scolastico che sono oggi, ma al docente di Filosofia e Storia che ero nel 2013 all’ISIS Livatino di Napoli. È lì che comincia questa storia, quando la Staffetta entra nella mia esperienza professionale e, senza che potessi immaginarlo, vi rimane per tutti gli anni a venire.
Ricordo l’entusiasmo di quella prima avventura, Senior 6, la Staffetta Superiori avviata dall’incipit di Veronica Tomassini, e la curiosità di scoprire dove ci avrebbe condotto una storia scritta a più mani, da ragazzi e scuole diverse. Non sapevo ancora che quella sarebbe diventata una presenza costante nel mio percorso, prima da docente e poi da dirigente scolastico. Sapevo, però, che c’era qualcosa di speciale in quell’idea: affidare ai ragazzi una storia senza stabilire in anticipo dove dovesse portarli, lasciando che fossero la loro immaginazione, le loro domande e il loro sguardo sul mondo a tracciare la strada.
Da allora, anno dopo anno, la Staffetta è tornata nelle scuole che ho avuto il privilegio di accompagnare. E con essa sono tornate occasioni di incontro, di confronto e di scoperta, che mi hanno confermato quanto la scuola possa diventare più viva quando smette di dare tutte le risposte e permette agli studenti di cercarle insieme.
Con BIMED abbiamo condiviso anche il Dizionario della legalità , partecipando alla redazione delle parole con la lettera D, sorteggiata per la Campania. Ricordo soprattutto la libertà lasciata agli studenti di costruire un legame, anche inatteso, tra una parola e la legalità . Nessuna risposta suggerita, nessun percorso già confezionato: la forza dell’esperienza stava proprio nell’improvvisazione, nella possibilità di scoprire che la legalità non è soltanto un insieme di norme, ma una domanda da portare dentro le cose, le relazioni, le scelte quotidiane.
Erano iniziative di respiro nazionale, capaci di mettere in dialogo scuole ed esperienze lontane, che ricevettero anche il riconoscimento della medaglia d’oro del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Ma, tra i tanti ricordi, ce n’è uno che oggi sento particolarmente vicino.
È il 19 maggio 2016.
Con i ragazzi e le ragazze del Flacco partecipiamo alla Staffetta creativa a partire dall’incipit di Karim Metref. Il nostro capitolo entra nella storia di Lina, una bambina siriana arrivata in Italia e inserita a scuola.
Avremmo potuto raccontare la sua vicenda seguendo i percorsi consueti dell’immigrazione e dell’inclusione sociale. Invece, la storia prende un’altra direzione. I ragazzi scelgono di guardare oltre il destino individuale di Lina, per interrogarsi sul mondo che l’ha costretta a partire e che continua a condizionare la sua vita.
La crisi di Schengen e la chiusura delle frontiere, l’espansione del Califfato, il ruolo dei curdi e dei siriani nella lotta all’ISIS, il Mediterraneo come luogo millenario di scambi culturali ed economici, ma anche come tomba di migranti e del diritto d’asilo: questi sono alcuni dei temi che entrano nel nostro capitolo.
La scrittura diventa ricerca, confronto, presa di coscienza. Lina non è più soltanto una bambina da accogliere: è il volto concreto di una storia più grande, fatta di guerre, confini, diritti negati e responsabilità collettive. I ragazzi non si limitano a raccontare chi arriva e chi accoglie, ma provano a comprendere le contraddizioni del mondo che produce le migrazioni e le paure che innalzano muri.
È questo che mi ha lasciato quell’esperienza: la consapevolezza che educare non significa offrire risposte già pronte, ma creare le condizioni perché i ragazzi possano porsi domande scomode, attraversare le contraddizioni e sviluppare uno sguardo libero.
La vicenda di Lina si lega, nella mia memoria, alla pubblicazione bilingue resa possibile dalla partecipazione di una scuola italiana in Libano e all’esperienza delle scuole milanesi coinvolte nei contesti della detenzione minorile. Esperienze differenti, ma accomunate dalla possibilità di affidare alla scrittura il compito di abbattere distanze e restituire voce a chi rischia di non essere ascoltato.
L’incontro tra lingue e culture diverse trasformava la distanza in un’occasione di riconoscimento reciproco. E, là dove la libertà era limitata dalle sbarre di un istituto penale minorile, la parola poteva aprire uno spazio inatteso: la possibilità di raccontarsi senza essere definiti soltanto dagli errori commessi, di immaginarsi diversi dal proprio presente, di sentirsi ancora parte di una comunità .
È difficile pensare a un significato più autentico dell’integrazione. Non basta parlarne nei documenti o nei progetti: occorre creare occasioni reali perché persone lontane, per provenienza, condizione o storia personale, possano incontrarsi e riconoscersi. Nessun ragazzo dovrebbe essere ridotto alla propria origine, alla propria fragilità o al proprio errore.
Oggi, in un tempo in cui la presenza degli studenti di origine straniera nelle nostre scuole è spesso raccontata come un problema da gestire, sento ancora più forte il valore di quelle esperienze. La storia di Lina ci ricorda che dietro ogni migrazione c’è una persona, una vicenda da comprendere, un futuro che merita di essere immaginato. E che la scuola può essere il luogo in cui le differenze smettono di separarci e diventano occasione di crescita comune.
Ma il mio cammino con BIMED non è fatto soltanto di queste esperienze, così intense per il loro significato civile e umano. È anche una storia di bambini, di ragazzi, di docenti appassionate e di tanti risultati che, negli anni, ci hanno regalato soddisfazioni autentiche.
Penso con particolare affetto ai numerosi premi conquistati dagli alunni dell’Istituto Comprensivo Sant’Elia Fiumerapido, coinvolgendo non soltanto la scuola primaria e la secondaria di primo grado, ma anche i bambini della scuola dell’infanzia. Dietro quei riconoscimenti ci sono la creatività dei piccoli autori e, soprattutto, la passione delle docenti che hanno saputo trasmettere loro entusiasmo, accompagnandoli nella lettura e nella scrittura e facendo vivere la Staffetta come un’esperienza di partecipazione, non come un semplice concorso.
Perché vedere anche i più piccoli prendere in mano una storia, contribuire a svilupparla e scoprire che le proprie parole contano è forse il risultato più bello. I premi si festeggiano, naturalmente, ma ciò che resta davvero è la fiducia che nasce nei bambini, il piacere di creare insieme, la consapevolezza di poter dare un contributo originale a qualcosa che appartiene a tutti.
C’è poi un’altra esperienza che porto nel cuore: quella vissuta nel maggio 2021, quando ero dirigente scolastico dell’Istituto Comprensivo Tivoli II – Tivoli Centro. Eravamo appena usciti dal lungo isolamento della pandemia e tornare a incontrarsi, a condividere esperienze e a sentirsi comunità aveva un significato speciale.
Il 18 e il 21 maggio, nel giardino della scuola, la consegna dei libri della Staffetta e dei Racconti a diecimila mani divenne molto più di una celebrazione della scrittura. Bambini della scuola dell’infanzia, alunni della primaria e studenti della secondaria erano protagonisti di una stessa storia. Accogliemmo i rappresentanti delle istituzioni e l’allora sottosegretario agli Affari europei Vincenzo Amendola, con il quale gli studenti poterono confrontarsi sulla Conferenza sul futuro dell’Europa, avviata proprio il 9 maggio.
Dopo mesi nei quali le relazioni erano state costrette dentro schermi e distanze, ritrovarsi all’aperto, vedere i libri realizzati dagli studenti e ascoltare le loro voci significava tornare a immaginare insieme. La Staffetta diventava un ponte tra scuola e istituzioni, tra generazioni e territori, ma soprattutto un’occasione concreta per parlare di pace, cooperazione, solidarietà e partecipazione europea.
Fu in quel contesto che rinnovai tanta della mia convinzione e fiducia nel format della Staffetta creativa Bimed: si parte dall’incipit di un autore riconosciuto, in genere un Premio Strega, poi ogni scuola prende il testimone e porta avanti un capitolo del racconto nei dieci giorni di tempo a disposizione, fino alla conclusione della storia. Nella sua semplicità , questo modello inscena una pratica di democrazia che consente ai più piccini un confronto e una ricerca della misura comune e del legame analoga a quella che ha permesso di scrivere la Costituzione italiana, nel rispetto delle diversità e nel riconoscimento di una prospettiva comune. Ci insegna una grande verità : che è futuro, se lo scriviamo insieme… e anche i più piccoli sono chiamati al confronto, alla ricerca di una misura comune e di un legame, quel legame che la Scuola è oggi chiamata a rifondare. È un esercizio di ascolto e responsabilità , nel quale nessuno può fare a meno degli altri e ogni contributo diventa parte di un’opera collettiva.
È questa, in fondo, la grande lezione che la Staffetta continua a offrirmi, dal docente che ero nel 2013 al dirigente scolastico di oggi. La scuola non deve soltanto trasmettere conoscenze: deve creare occasioni perché i ragazzi imparino a vivere insieme, a riconoscere le differenze, a immaginare alternative e a sentirsi responsabili del futuro comune. Perchè ancora di più in quest’ora buia della storia e dei rapporti internazionali, davvero il Futuro lo riconosceremo, solo se l’avremo scritto insieme!
Buona Staffetta a tutti,
Nazario MALANDRINO – DS IC Sant’Elia Fiumerapido
Capofila della Rete Nazionale 200 Scuole EUDAIMON.
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